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Ilva di Taranto: il prossimo 17 maggio tutti di nuovo a processo

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Riparte da capo il processo sull’Ilva di Taranto. Dopo l’annullamento per errori procedurali del primo processo e il ritorno alla fase preliminare, il gup Anna De Simone ha accolto la richiesta della procura rinviando a giudizio tutti i 44 imputati dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”.

Partirà il prossimo 17 maggio il secondo processo denominato “Ambiente Svenduto” sull’Ilva di Taranto, lo stabilimento al centro di uno dei più grossi disastri ambientali della storia italiana.

Lo ha deciso lo scorso 29 febbraio il gup del tribunale di Taranto Anna De Simone. Il gup ha rigettato le eccezioni di incompetenza territoriale e funzionale e i motivi di nullità presentati dalla difesa degli imputati (44 persone fisiche e tre società) coinvolti nell’inchiesta, rinviandoli nuovamente a giudizio di fronte la Corte di Assise.

Lo scorso dicembre, a causa di un errore formale (nel verbale, per alcuni imputati, non era stato riportato il nome del “sostituto processuale”) la Corte d’assise di Taranto ha accolto la richiesta di nullità presentata dalla difesa, riportando il processo alla fase preliminare.

La lista degli imputati è lunga. I principali sono naturalmente i fratelli Nicola e Fabio Riva, figli di Emilio (morto il 30 aprile 2014), ex amministratori dell’Ilva, accusati insieme all’ex responsabile delle relazioni esterne Girolamo Archinà, all’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, al consulente legale dell’azienda Francesco Perli e a cinque fiduciari, di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari e all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.

Fabio Riva e l’ex consulente della procura Lorenzo Liberti, inoltre, dovranno difendersi dall’accusa di corruzione in atti giudiziari per aver versato, secondo i pubblici ministeri, una tangente di 10mila euro per «ammorbidire» una perizia sull’Ilva.

Diversi anche i nomi di politici che compaiono tra gli imputati tra cui, ricordiamo, l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, l’attuale sindaco di Taranto Ippazio Stefano e l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido e l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva, l’ex direttore di Arpa Puglia Giorgio Assennato, Luigi Pelaggi (ex capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente allora guidato da Stefania Prestigiacomo) e Dario Ticali, ex presidente della commissione ministeriale (Ippc) che rilasciò l’autorizzazione integrata ambientale alla fabbrica nell’agosto del 2011, ex dirigenti e funzionari dell’Ilva e il deputato di Sel ed ex assessore regionale Nicola Fratoianni, l’ex assessore regionale alla sanità del Pd Donato Pentassuglia.




Rinviate a giudizio anche tre società: Riva Fire, Riva Forni elettrici e Ilva spa in amministrazione controllata.

Per quest’ultima società sarebbe stata annunciata l’intenzione di presentare nuovamente dinanzi alla Corte d’assise una richiesta di patteggiamento accettando una sanzione pecuniaria di 3 milioni di euro, la nomina dei tre commissari straordinari come commissari giudiziali ed un risarcimento pari a quasi due miliardi di euro.

Oltre mille le parti civili, tra cui i ministeri dell’Ambiente e della Salute, la Regione, i Comuni di Taranto, Crispiano, Statte e Montemesola, la Provincia, sindacati e associazioni ambientaliste, centinaia di cittadini, allevatori, mitilicoltori, i famigliari di due operai morti in incidenti sul lavoro. Le richieste di risarcimento ammontano ad oltre 30 miliardi di euro.

Nel frattempo, nei giorni scorsi, sono spuntati dati preoccupanti sui livelli di diossine a Taranto, seguiti da un sostanziale silenzio delle Istituzioni.

I tecnici dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) dopo aver analizzato i dati raccolti tra novembre 2014 e febbraio 2015, trasmessi con estremo ritardo dall’azienda siderurgica, hanno evidenziato livelli record di diossina anche dopo il sequestro da parte della magistratura. Secondo le analisi svolte, da novembre 2014 a febbraio 2015 a Tamburi è stata rilevata una quantità di diossina di 791 picogrammi per metro quadro giornalieri, “il livello più alto che si sia mai registrato in Europa”.

E si palesa un rischio ancora più grave: quello della possibile ingestione della sostanza.