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Il cibo ci porterà alla fame. Effetto serra e produzione alimentare: qual è la verità

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La prima causa delle emissioni di gas a effetto serra? È il cibo. È questo quanto emerso dal nuovo report del Wwf “Il clima nel piatto”, presentato in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione lo scorso 16 ottobre.

In realtà la situazione può essere rappresentata da un “serpente che si morde la coda”: la produzione alimentare rappresenta il 35% delle emissioni globali di anidride carbonica, metano e protossido di azoto; al tempo stesso, il surriscaldamento del Pianeta favorito dai gas serra minaccia proprio la produzione di cibo.

Secondo l’International Food Policy Research Institute (IFPRI), per il solo effetto del cambiamento climatico sulle produzioni, il numero globale di persone che soffre la fame potrebbe aumentare del 20% entro il 2050, con incrementi particolarmente gravi (65%) nell’Africa subsahariana.

Si parla di circa 25 milioni di bambini in più, con età inferiore ai 5 anni, che potrebbero soffrire di malnutrizione. L’impatto del cambiamento climatico su queste problematiche legate alla sicurezza alimentare e alla nutrizione, fa sapere il Wwf, sarà peggiore di quanto stimato e le conseguenze arriveranno anche prima: già nei prossimi 20-30 anni.

Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia spiega: “La fame che ancora oggi persiste nel mondo non è dovuta al fatto che non si produce abbastanza cibo, ma alla mancanza di accesso al cibo. Produrre cibo per tutti è una condizione necessaria, ma non sufficiente per la sicurezza alimentare in un mondo che oggi ha già oltre 7.3 miliardi di abitanti e che nel 2050 ne avrà, secondo le ultime proiezioni ONU, 9.7 miliardi. L’impatto del cambiamento climatico sulla produzione alimentare e gli effetti di pratiche agricole dannose per il clima sono già una realtà: l’obiettivo è quello di creare sistemi alimentari fortemente integrati con la vitalità dei sistemi naturali e della biodiversità (il nostro capitale naturale costituito da suolo, acqua, foreste e specie ecc. ) , che producano  con il minor danno per l’ambiente e il clima ”.




Come accennato all’inizio, infatti, la maggior parte della responsabilità delle emissioni di gas a effetto serra viene dai consumi legati al cibo, soprattutto dal consumo di carne, in crescita in tutto il mondo. In Italia, ad esempio, è passato dai 31 kg all’anno pro capite del 1961 a 90 kg nel 2011, mentre il maggiore consumatore mondiale è la Cina con 71 milioni di tonnellate nel 2012.

Centrale, a questo punto, sono anche le decisioni prese dai consumatori, in grado di determinare un importante cambiamento di rotta nella sicurezza alimentare mondiale.

Non solo: è essenziale passare da sistemi di produzione alimentare ad alto consumo di risorse naturali all’agroecologia e alla pesca sostenibile. E la politica deve fare di tutto per incentivare anche fiscalmente questo cambiamento. Sono necessarie azioni  di  protezione e rigenerazione del suolo e degli equilibri idrici, tutte pratiche che aumentano nel lungo termine sia la produttività che la creazione di posti di lavoro, limitando al contempo le emissioni di gas a effetto serra.

Per l’Italia, il WWF ha elencato 7 soluzioni nazionali a partire  dalla promozione dell’agricoltura biologica ‘amica del clima’ con un obiettivo al 2020 di almeno il 20% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU). Oltre, naturalmente a un DECALOGO PER UN’ALIMENTAZIONE SALVACLIMA  che parte dall’acquisto di prodotti locali alla riduzione degli sprechi.

Per orientare ancora meglio le nostre scelte alimentari, potrebbe essere utile anche conoscere quanta acqua viene sprecata per produrre il cibo che mangiamo. Al link trovate un elenco degli alimenti “più spreconi”: http://ambientebio.it/quanta-acqua-serve-per-produrre-il-cibo-che-mangiamo-lelenco-degli-alimenti-piu-spreconi/

(Foto: Wwf)

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