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L’olivina, il minerale che “mangia” il biossido di carbonio

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L'olivina può davvero salvare l'ambiente?

La soluzione al riscaldamento globale e all’inquinamento atmosferico? Ce l’abbiamo sotto i piedi! Si chiama olivina e avrebbe il potere di “mangiare” la CO2.

La soluzione al riscaldamento globale, dice Olaf Schuiling, sta sotto ai nostri piedi”. Comincia così il lungo reportage del New York Times che ha portato alla ribalta la “olivina”, materiale di colore verde che un geochimico in pensione, il dottor Scuiling, ha indicato come possibile soluzione dell’eccesso di gas serra presenti nell’atmosfera terrestre.

L’idea ha ricevuto numerose critiche, ma potrebbe davvero costituire una svolta nei nostri sforzi di riduzione dell’inquinamento? Vediamolo insieme.

Che cos’è l’olivina

Partiamo dall’inizio. Leggiamo dall’Enciclopedia della Scienza e della Tecnica che l’olivina è un nesosilicato composto da ossigeno e silicio, “è un costituente essenziale di molte rocce magmatiche” e “fa parte del gruppo dei minerali mafici (ricchi in magnesio e ferro)”.

Questo minerale è abbondantemente presente sul pianeta terra. Per avere un’idea delle quantità di cui stiamo parlando, il dottor Schuiling ha dichiarato che occorrerebbe l’equivalente di tremila dighe di Hoover in olivina per avere un impatto concreto sulla riduzione dei gas serra. Ogni anno. La diga di Hoover “pesa” poco meno di 7 milioni di tonnellate. Moltiplicando il numero per tremila otteniamo una cifra da capogiro.

Questo, secondo il ricercatore olandese, non sarebbe un problema. Tale quantità sarebbe già presente in giro per il mondo e facilmente estraibile grazie alle moderne tecniche di escavazione su larga scala. “Non è qualcosa di impensabile”, ha spiegato Schuiling.

Come funziona

Ma come agisce l’olivina? Il minerale è presente soprattutto nelle viscere della terra, trattandosi di un elemento vulcanico. Quando è a contatto con gli elementi naturali all’aperto assorbe lentamente il biossido di carbonio presente nell’atmosfera.

L’idea del ricercatore, quindi, è quella di diffondere sulla superficie terrestre quanta più olivina possibile. Come leggiamo sul quotidiano statunitense, la sostanza ha ridotto la CO2 “naturalmente per miliardi di anni. Il dottor Schuiling vorrebbe velocizzare il processo, diffondendola su campi e spiagge, ma anche usandola per costruire dighe, strade, persino scatole di sabbia” (le aree-gioco per bambini che spesso vediamo nei giardini americani, in film e telefilm).

Alcune comunità locali olandesi, ispirate dalla ricerca del professore, si sono già messe all’opera per diffondere il minerale. Secondo il reportage, l’Olanda è ormai diventata “un focolaio di olivina” e agli osservatori più attenti non sfuggirà la presenza “della roccia frantumata su sentieri, giardini e aree giochi”.

Un ingegnere del suono olandese, Eddy Wijnker, ha anche avviato un’azienda dopo aver letto un articolo sul lavoro del dottor Schuiling. Si chiama greenSand e vende olivina per uso domestico e commerciale, soprattutto in Olanda. Di recente ha iniziato a inviare il proprio prodotto in diverse altre parti d’Europa.

I dubbi

Le critiche alle idee del professore non mancano. E sono spesso sensate. Questo “oro verde” potrebbe infatti risultare più dannoso di quanto sembri.

La prima ragione di scetticismo risiede nei tempi: l’olivina agisce in maniera molto lenta e occorrerebbero diversi decenni prima di vedere un reale impatto sull’atmosfera. Ogni avanzamento, anche minimo, nel combattere il riscaldamento globale può essere salutato con favore. Il problema è che, secondo i detrattori, si rischia di ridurre risorse e tempo per altre ricerche più efficienti.

Altra ragione di perplessità è il potenziale inquinante contenuto nello stesso minerale. L’olivina, infatti, conterrebbe piccole quantità di metalli che potrebbero contaminare l’ambiente. Una quantità che, moltiplicata per milioni di volte come abbiamo visto, potrebbe apportare più danni che benefici. Per non parlare, poi, dei costi in termini ambientali di tutte le attività di escavazione, trasformazione e trasporto che richiederebbe l’estrazione di milioni di tonnellate del minerale.

A questo bisogna aggiungere una preoccupazione più sottile, ma reale: come ben sappiamo, purtroppo, (l’abbiamo visto di recente con il coltan), le attività delle miniere sono spesso collegate allo sfruttamento della manodopera nei Paesi meno sviluppati.

Insomma, come tutte le pratiche di geoingegneria, anche quella relativa all’utilizzo dell’olivina genera non poche (e spesso fondate) preoccupazioni nella comunità scientifica, e non solo. Se davvero questo minerale potrà essere usato per ridurre l’impatto dell’uomo sul nostro ecosistema è presto per dirlo. Speriamo solo che non dovremo pentirci di averlo fatto.

FOTO: Rob Lavinsky, iRocks.com – CC-BY-SA-3.0

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