Home Ambiente Gli elementi radioattivi di Chernobyl potrebbero diffondersi ancora una volta. Lo studio

Gli elementi radioattivi di Chernobyl potrebbero diffondersi ancora una volta. Lo studio

2195
0
CONDIVIDI

Sono passati quasi 30 anni da quando, il 26 aprile 1986, l’unità 4 di uno dei reattori della centrale di Chernobyl, in Ucraina, veniva distrutta da un terribile incidente che avrebbe pesantemente contaminato aria e terreni circostanti. Un disastro di proporzioni catastrofiche, che fece sentire i propri effetti in mezza Europa, Italia compresa.

Dopo tre decenni, pare che tutto il materiale radioattivo sprigionato non abbia ancora terminato di causare danni. Una recente ricerca del Norwegian Institute for Air Research ha infatti dimostrato che gli incendi che scoppiano regolarmente nell’area boschiva nei pressi del reattore, provocano ancora la diffusione nell’aria del famigerato Cesio 137, elemento estremamente radioattivo e pericoloso.

Questo isotopo, lo ricordiamo, come tutti gli elementi radioattivi è stato collegato a un aumento del rischio di cancro negli esseri umani.

Nella presentazione dello studio, pubblicato da “Ecological Monographs”, i ricercatori hanno delineato un quadro poco confortante dell’area: “Misurazioni sul campo e simulazioni hanno confermato che numerosi contaminanti radioattivi sono ancora presenti in questi siti in quantità molto elevate”.

A radioactive sign hangs on barbed wire outside a café in Pripyat.

Dal momento che l’area è abbandonata dall’anno del disastro, la vegetazione si è fatta più fitta e la taiga ha preso il sopravvento un po’ ovunque. La conseguenza è che alberi morti e humus in accumulazione nel terreno, possono fornire carburante per incendi su vasta scala: il fuoco può contribuire a diffondere gli elementi radioattivi accumulati nel terreno. Un’eventualità che i ricercatori hanno già rilevato: “Incendi intensi nel 2002, nel 2008 e nel 2010, hanno avuto come conseguenza la dislocazione di Cesio 137 a sud dell’area; cumulativamente, l’ammontare di Cesio 137 ri-depositato su tutta Europa è stato equivalente all’8% dell’ammontare depositato successivamente al disastro iniziale di Chernobyl”.

Secondo AdnKronos, pare che “i tre roghi considerati abbiano rilasciato dal 2 all’8% di cesio, circa 0,5 PBq. Questo si è poi diffuso attraverso l’aria in Europa orientale, ed è stato rilevato verso sud, in Turchia, e verso ovest, fino in Italia e Scandinavia”.

Sono quantità minime, certo, che anche nei dintorni di Kiev hanno prodotto effetti trascurabili: si calcola che le radiazioni sprigionate nella capitale ucraina siano state pari a una media di 10 microsievert, che è appena l’1% della dose annuale di sicurezza per la salute umana.

Tim Mousseau, uno dei co-autori dello studio, ha però sottolineato che questi incendi sono un avvertimento, una sorta di “prova” sulle aree che i contaminanti potrebbero raggiungere in futuro: “Se ci fosse un incendio più vasto, la quantità di elementi radioattivi che finirebbe su aree popolate potrebbe essere maggiore”. E aggiunge che la dose media è poco significativa, dal momento che alcune persone assorbiranno maggiori quantità, non solo di cesio 137, ma anche di altri elementi dannosi come lo stronzio, il plutonio e l’americio. Tutti contaminanti che potrebbero concentrarsi nel cibo: “La dose assorbita attraverso l’ingestione può essere significativa”.


Insomma, per ora le popolazioni sono relativamente al sicuro, ma il problema va arginato, finché siamo in tempo. Gli studiosi, infatti, hanno previsto che il maggior numero di incendi si concentrerà nel periodo tra il 2023 e il 2036, il che pone un ulteriore problema. Per emivita, secondo la Treccani, si intende “il tempo necessario a ridurre a metà la concentrazione o l’attività iniziale di una sostanza”. L’emivita del Cesio 137 è, ufficialmente, pari a 30 anni. Ma nella comunità scientifica non tutti la pensano così: Ian Fairlie, ex capo della commissione britannica sul rischio radioattivo, sostiene che lo studio dell’istituto norvegese “probabilmente sottostima i rischi potenziali, dal momento che alcuni ricercatori ritengono che l’emivita dell’isotopo del cesio sia più lunga” di quanto comunemente si creda.

Insomma, nessun allarmismo, ma la situazione va affrontata prima che si arrivi all’irreparabile.

(Foto in evidenza: Oregon Department of forestry; foto interna: wikimedia)

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here