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Shale gas, crisi ucraina e le rinnovabili che nessuno vede

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In questi giorni, la politica internazionale è scossa dai preoccupanti avvenimenti che stanno interessando l’Ucraina.

Oltre ai gravi rischi politici, ciò che preoccupa della situazione è il pericolo del fallimento del Paese con ripercussioni drammatiche in tutta la regione e sui mercati finanziari, soprattutto per ciò che riguarda le forniture di gas russo.

Le discrepanze linguistiche, religiose e culturali presenti, non solo tra Russia e Ucraina, ma all’interno dello stesso Stato di Kiev, sono stati forti elementi scatenanti nell’attuale scenario fatto di importanti contrapposizioni e minacce. Ciò che non bisogna perdere di vista, però, è che a dominare molte delle azioni dei governi in conflitto sono stati gli interessi economici in ballo. Per dirlo con parole semplici: sfruttare le fonti energetiche fossili presenti nei territori ad Est dell’Europa è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Degli interessi che, proprio per la loro natura “rapace”, non possono tener conto del delicato equilibrio ambientale del pianeta, né delle possibili alternative che il fronte delle energie rinnovabili può offrire.

Cercando di tralasciare il discorso prettamente geopolitico, ciò che ci interessa analizzare in questa sede è la presenza di un modello di dipendenza basato ancora sul carbone, sui gasdotti e sui giacimenti fossili.

Da tempo l’Ucraina punta a diventare, da problematico Paese di transito del gas russo, un Paese produttore di shale gas. Lo shale gas è costituito, per meglio intenderci, dalle grandi risorse di gas estraibili con la tecnica del fracking. Questo rende l’Ucraina uno dei campi di battaglia più accesi per l’approvvigionamento di gas, visto che fino adesso l’Occidente è stato fortemente dipendente da Medio Oriente e Russia.

Secondo molti, lo sfruttamento del gas non convenzionale da parte di Usa, ex satelliti sovietici e Cina potrebbe spodestare la Russia dal suo ruolo di fornitore energetico dominante, privandola di una formidabile arma economica e geopolitica.

Naturalmente, il discorso è molto più complesso, ma la situazione è ancora aperta a molteplici conclusioni, anche perché una possibile rivoluzione in termini di Shale Gas comporterebbe l’entrata in gioco di innumerevoli fattori economici, politici, tecnologici, ma anche di impatto ambientale. Ci riferiamo soprattutto ai rischi che la tecnica di fraking, utilizzata per l’estrazione dello shale gas, comporterebbe per la sicurezza del territorio. L’accusa più comune, ad esempio, è che le sostanze iniettate nel sottosuolo possano avvelenare le falde acquifere.

Ciò che ci interessa rimarcare è il fatto che tutto questo conflitto avviene all’interno di un contesto che fa delle vecchie fonti fossili, gas, petrolio e carbone, il fulcro centrale su cui ruotano i dibattiti internazionali, i rischi e la dipendenza economica di un Paese.

Un discorso che, però, evita di inglobare in sé tematiche inerenti la crisi ambientale ed economica, il versante occupazionale e la democrazia.

All’interno di questo contesto, appare necessario porsi alcune domande sul perché la soluzione basata invece su un potenziamento delle energie rinnovabili, decentrate, democratiche e autonomamente governate non sia minimamente presa in considerazione.

In questi giorni, l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni in un’intervista al Financial Times sulla crisi Russia-Ucraina nella quale si evidenziano i possibili impatti sulla politica energetica europea, ha affermato come l’Europa sia troppo dipendente dal gas russo per fermare le importazioni nel breve termine. In una delle sue dichiarazioni, ha affermato che “a meno che l’Ue non raggiunga un accordo con la Russia, mi aspetto che l’Europa avvii uno sforzo gigantesco per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, includendo lo sviluppo dello shale gas nel continente, l’aumento dell’importazione di Gnl e una maggiore focalizzazione sulle forniture di Algeria, Libia e Norvegia. Ogni decisione ha delle ripercussioni. Abbandonare il nucleare significa utilizzare più gas. I limiti alla CO2 significano meno carbone e più gas”.

Se vengono tagliati i condotti da un lato, basta riaprirli da un altro. Davvero non c’è altra soluzione, se non quella di proseguire nello sfruttamento di risorse dall’elevato impatto ambientale?
(Foto: garetheynon)

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