Home Energia Rinnovabili: non c’è sole, né vento? Niente paura, ci pensa il rabarbaro

Rinnovabili: non c’è sole, né vento? Niente paura, ci pensa il rabarbaro

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Piante di rabarbaro per aiutare la diffusione di energie rinnovabili? È questa la sfida raccolta da Green Store Energy, azienda italiana che pochi giorni fa ha acquistato un brevetto dall’Università di Harvard per la commercializzazione in tutta Europa di una batteria a flusso, a basso impatto ambientale e low cost.

Cosa succede alle energie rinnovabili che abbiamo in casa quando non ci sono sole o vento sufficienti? Perdono in efficienza e per continuare a utilizzare energia elettrica bisogna per forza ricorrere alle fonti tradizionali. Bene, anzi male: è ormai opinione comune che per ovviare al problema bisogna costruire degli accumulatori ad hoc, delle batterie speciali in grado di immagazzinare l’energia fotovoltaica o eolica quando è prodotta in eccesso, per poi rilasciarla quando necessario. La ricerca in questo senso è in continua evoluzione, come avevamo visto qualche tempo fa con le batterie di Tesla, l’azienda di auto elettriche di Elon Musk.

Il problema dei dispositivi di accumulo finora realizzati, è soprattutto il costo eccessivo, ma anche la preoccupazione per l’impatto ambientale di alcuni metalli tossici utilizzati all’interno delle batterie. Per ovviare a tutto questo, alcuni ricercatori americani hanno pensato di sfruttare piante e altri materiali organici, in particolare il renio, una sostanza che è presente in dosi elevate soprattutto nel rabarbaro.

Ma facciamo un passo indietro. Nel gennaio 2014 viene pubblicato su Nature uno studio molto interessante della Harvard School of Engineering and AppliedSciences: il gruppo di ricercatori stava cercando di realizzare una batteria organica, che sfrutta il potenziale di alcune molecole prodotte dai vegetali durante la fotosintesi, chiamate chinoni: “Il funzionamento delle batterie al rabarbaro”, spiega l’Ansa,“è diverso rispetto a quello delle batterie ‘normali’, come le tradizionali stilo. Nelle nuove batterie l’energia viene immagazzinata chimicamente in serbatoi riempiti da una soluzione liquida ricca di elettroliti, molecole che catturano cariche elettriche”.



In genere, questo tipo di accumulatori utilizzano il vanadio per il proprio funzionamento, un metallo pesante e molto costoso. Ecco perché i ricercatori si sono impegnati per trovare una soluzione biocompatibile: e il segreto sta proprio nel renio, chinone presente nel rabarbaro, una molecola che trova già applicazioni nel campo della produzione di carta e pasta. Si tratta di una sostanza completamente atossica, secondo i ricercatori, che ha una durata più lunga rispetto ai materiali comunemente usati e che può essere facilmente sintetizzata, oltre ad avere un costo pari a circa il 10% di quello del vanadio.

Dopo aver letto del progetto di Harvard, i fondatori di Green Store Energy hanno deciso di contattare i ricercatori, per avviare forme di collaborazione. A distanza di più di anno, dopo il perfezionamento del dispositivo operato insieme all’Università Tor Vergata di Roma e alla Fondazione Bruno Kessler di Trento, l’azienda ha presentato la batteria a flusso in una conferenza stampa l’8 ottobre scorso. Entro la metà del 2016, saranno disponibili batterie con una potenza superiore al kilowatt, mentre entro il 2017 (anno previsto per l’inizio della commercializzazione), dovrebbe essere realizzato un prototipo da 10 kilowatt.

Se il futuro dell’energia è nelle rinnovabili, il futuro della ricerca è nelle soluzioni tecniche di accumulazione: speriamo che gli studiosi trovino soluzioni sempre più ecocompatibili ed efficienti nel prossimo futuro.

(Foto)

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