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Quanto inquinano i biocarburanti?

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I biocarburanti sono dei propellenti ottenuti in modo indiretto da biomasse, in genere mais, bietole, grano o canna da zucchero.

Quello dei biocarburanti è un mercato in crescita che genera non poche preoccupazioni legate alla loro effettiva sostenibilità. In un nostro precedente articolo, ad esempio, abbiamo parlato del rapporto “Bad Bio”, uno studio condotto da Oxfam, e diffuso in occasione del Consiglio europeo dei ministri dell’Energia, nel quale si evidenziava come la terra usata per produrre biocarburanti per le auto europee avrebbe potuto sfamare 127 milioni di persone in un anno.

I problemi legati alla sostenibilità dei biocarburanti non sono legati però soltanto a un elevato sfruttamento del terreno che affamerebbe i poveri. Le preoccupazioni, infatti, riguardano anche un dubbio amletico: i biocarburanti sono davvero la scelta meno inquinante? Qual è il loro reale impatto sul terreno?

Ad inasprire i toni di un dibattito già di per sé accesso tra sostenitori e non dei biocarburanti, arriva un nuovo rapporto, stilato dall’Università del Nebraska-Lincoln, e pubblicato ad aprile sul magazine Nature Climate Change.

Le conclusioni a cui sono arrivati gli scienziati che hanno condotto lo studio sono poco confortanti: l’impatto ambientare derivante dall’uso di biocarburanti a base di mais sarebbe superiore a quello prodotto dall’utilizzo della benzina, con il 7% di emissioni in più e un livello di 62 grammi di CO2 che sfora i limiti previsti dalle normative ambientali in vigore. Secondo gli esperti, quindi, i biocarburanti sono migliori rispetto alla benzina nel lungo periodo, ma inizialmente sforerebbero gli standard indicati dalla Legge sull’Energia del 2007. Questo non gli consentirebbe di essere identificati come carburanti rinnovabili.

A questo si aggiunge un altro problema: quello dell’impoverimento del suolo. Gli scarti della coltivazione del mais abbandonati nel terreno lo arricchiscono di alcuni nutrienti, favorendo le successive coltivazioni. Scarti raccolti e bruciati per creare carburante, priverebbero il suolo di questi nutrienti, tra cui il carbonio, impoverendolo.

La ricerca pubblicata su Nature Climate Change è tra le prime che si prefigge l’obiettivo di valutare la quantità di carbonio dispersa nell’ambiente quando steli, foglie e pannocchie che compongono i residui vengono rimossi e utilizzati per generare biocarburanti, invece di essere lasciati a concimare naturalmente il terreno con carbonio.

Secondo lo studio, il processo di eliminazione degli scarti vegetali dai campi contribuirebbe al riscaldamento globale.

La ricerca, come abbiamo accennato in precedenza, ha dato il via a un aspro dibattito. Diverse compagnie del settore dei carburanti biologici hanno infatti accusato i ricercatori di aver condotto uno studio basato su scenari semplicistici, giungendo a conclusioni considerate viziate e prive di autorevolezza.

La ricerca è stata finanziata dal Governo Obama con oltre 500 mila dollari.

Il dibattito è destinato a rimanere accesso ancora per lungo tempo, anche perché contrappone le due parti chiamate in causa: le imprese del settore, che sentono l’esigenza di tutelare i propri investimenti, e il resto dell’opinione pubblica che vuole solo comprendere l’impatto dei biocarburanti sull’ambiente.

Nel frattempo, sembra sia stato chiesto di trovare al più presto un’alternativa più sostenibile, per rallentare l’innalzamento delle temperature e la concentrazione di gas serra.

(Foto: Alternative Heat)

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