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Biocarburante e sostenibilità: piatto vuoto e tasche piene, ma non tutto è perduto

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La questione del biocarburante è una questione molto controversa, che divide e accende gli animi di studiosi e ambientalisti.

Noi di Ambiente Bio ne abbiamo già parlato a proposito della pubblicazione del rapporto Bad Bio diffuso in occasione del Consiglio europeo dei ministri dell’Energia, che si è svolto a Cipro lo scorso anno. Un rapporto in cui si denunciava il ruolo attivo del mercato di biodiesel nell’aumento dei prezzi alimentari e nell’impoverimento delle risorse che gradualmente stanno affamando il mondo.

Oggi vogliamo invece riportate alcuni stralci di un’attenta e accurata analisi del fenomeno fatta da Lester R. Brown, noto scrittore, economista e ambientalista statunitense. Un excursus completo che analizza in maniera dissacratoria un mercato che lui stesso definisce come una delle grandi tragedie della storia.

Un’analisi che, però, lascia nell’arringa conclusiva un barlume di speranza per un’apertura al cambiamento.

Secondo quanto affermato da Brown, la diffusione nel mercato del biocarburante ha iniziato la sua lenta e inesorabile crescita a partire dal 1980, per poi velocizzarsi tra il 2005 e il 2011, anni in cui il grano utilizzato per produrre carburante è passato da 41 a 127 milioni di tonnellate.

Pensate che i cereali necessari per fare il pieno a un serbatoio di un SUV basterebbero per nutrire una persona per un anno intero. Addirittura, si è calcolato che il grano utilizzato come combustibile negli Stati Uniti nel 2011 avrebbe potuto alimentare circa 400 milioni di persone. Pensate che la stessa quantità riuscirebbe a soddisfare solo il 18% della domanda di carburante attuale.

La produzione di biodiesel nel mondo è distribuita in maniera abbastanza uniforme: i primi 5 produttori sono gli Stati Uniti, la Germania, l’Argentina, il Brasile e la Francia. Le colture utilizzate possono essere tra le più varie, a partire dall’olio di semi di girasole, dalla soia, mezzo di produzione principale scelto dagli Stati Uniti, alla colza, fino ad arrivare all’olio di palma.

L’olio di palma, in particolare, viene prodotto principalmente nelle regioni tropicali e subtropicali, dove il raccolto genera molto più biodiesel per ettaro di quanto non facciano la soia o la colza. Il tutto, naturalmente, a discapito delle foreste tropicali. Non dimentichiamo inoltre che qualsiasi terreno dedicato alle colture per biocarburanti non è più disponibile per la produzione di cibo.

La capacità di trasformare cereali in carburante lega indissolubilmente il prezzo di questo alimento al prezzo del petrolio. Un circolo vizioso che genera un aumento dei prezzi degli alimenti contemporaneamente a una diminuzione dei terreni coltivabili. Fattori che generano fame e tensioni politiche che rendono le situazioni in alcuni Paesi quasi ingestibili.

Oltre al danno, la beffa, verrebbe da aggiungere, visto che anche i programmi di aiuti alimentari internazionali sono penalizzati e tagliati a causa dell’aumento dei prezzi.

Non solo, come abbiamo già accennato, l’Unione Europea ha come obiettivo quello di fare in modo che entro il 2020 il 10% dell’energia prodotta provenga da fonti rinnovabili, in particolar modo, biocombustibili. Questo ha portato a una corsa sfrenata ad accaparrarsi materie prime e terreni in Africa su cui produrre biocombustibile da esportare poi in Europa.

Ma i problemi derivanti dal mercato dei biocarburanti non finiscono qui. Molti gruppi ambientalisti sottolineano infatti anche le emissioni nocive che la produzione di biocarburanti genera nell’ambiente.

Esistono alcuni dati a supporto di questa tesi. In particolare, nel suo articolo Brown fa riferimento a uno studio condotto dal premio Nobel Paul Crutzen, chimico presso l’Istituto Max Planck in Germania, che evidenzierebbe come le emissioni di protossido di azoto sarebbero di dimensioni sufficienti da concorrere al riscaldamento globale.

Il discorso di Brown, però, non si ferma qui e tocca anche un punto che lascia un barlume di speranza in questa controversa situazione. Secondo i dati riportati dallo scrittore, sembrerebbe che la produzione di etanolo negli USA abbia raggiunto un picco nel 2011 per poi calare del 2 per cento nel 2012, con un probabile ulteriore calo previsto per quest’anno.

Inoltre, l’uso di carburanti per auto sarebbe sceso dell’11 per centro tra il 2007 e il 2011, segno di un cambiamento nella popolazione: secondo Brown, infatti, i giovani non sarebbero più car-oriented come i genitori.

Se questo cambiamento venisse accompagnato da investimenti nel settore delle auto elettriche e degli impianti eolici per generare l’energia necessaria a far muovere questi mezzi, la soluzione potrebbe essere più vicina di quanto ci aspettiamo. Anche perché la tecnologia è già pronta per affrontare una sfida del genere. Il problema è capire se il mercato vuole o meno raccoglierla.

Articolo originale:

http://www.treehugger.com/sustainable-agriculture/full-planet-empty-plates-chapter-4-food-or-fuel.html

(Foto: Utente Flickr Mátyás Varga)

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