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Diserbante RoundUp e cancro: ecco come Monsanto ha nascosto le prove sul glifosato

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diserbante roundup

Il glifosato è l’erbicida più utilizzato al mondo: ogni anno colossi come Monsanto, Syngenta e Bayer ne producono 800mila tonnellate. Il prodotto più noto che si ricava da questo principio attivo è il diserbante RoundUp, realizzato dalla Monsanto.

Per più di 40 anni, il glifosato è stato massicciamente utilizzato in agricoltura e negli allevamenti. E per questa ragione viene spesso rinvenuto in prodotti agroalimentari e nei tessuti di animali ed esseri umani. È stato trovato nella birra, nel latte, nel gelato. Così come nel mangime degli allevamenti bovini e di maiali. Ma anche nell’urina di esseri umani e animali.

Da anni è in atto una ‘battaglia’ tra gli ambientalisti e alcune agenzie di ricerca scientifica (come lo IARC), che sostengono la pericolosità del diserbante Roundup, contrapposti all’azienda produttrice, la Monsanto, e altre agenzie di ricerca (come l’EFSA) che invece sminuiscono gli effetti sulla salute del prodotto. In particolare, lo IARC definiva il glifosato come probabile cancerogeno nel 2015, mentre l’EFSA smentiva, pochi mesi dopo, questo assunto. In questa contesa alcuni documenti risultavano omessi o contraffatti.

Oggi si scopre, grazie a un’inchiesta in corso negli Stati Uniti, che la Monsanto avrebbe celato alcune delle proprie ricerche che dimostrano la pericolosità del RoundUp. Un’attività che emerge da alcune email interne all’azienda, pubblicate dal giornale tedesco Der Spiegel. Una rivelazione esplosiva, che arriva proprio alla vigilia del voto sulla ri-autorizzazione del glifosato in Europa.

Diserbante RoundUp e cancro: le mail incriminate

«Non si può dire che il Roundup non sia cancerogeno. Non abbiamo fatto i test necessari sul formulato per fare questo tipo di dichiarazione».

Basterebbe questa email di Donna Farmer, tossicologa della Monsanto, per capire la dimensione dello scandalo. Inviata il 22 novembre del 2003, fa parte di una lista di 100 documenti che una corte statunitense ha richiesto a Monsanto. La corte dovrà decidere sul caso di una class action agita da 2mila querelanti contro la multinazionale. La ragione? Sostengono che il diserbante RoundUp abbia loro causato il linfoma non-Hodgkin.

In un’altra email, sempre Farmer scrive con preoccupazione della notizia che lo IARC stia valutando la cancerogenicità del diserbante. “Ciò che ci ha preoccupato per molto tempo sta per realizzarsi”, scrive la tossicologa nel settembre 2014. “Il glifosato sarà valutato dallo Iarc nel marzo del 2015”.

Un mese dopo, William Heydens, altro scienziato Monsanto, spiega perché la valutazione dello IARC è potenzialmente un problema: la multinazionale, sostiene, ha una certa “vulnerabilità nell’area dell’epidemiologia”. In pratica, Heydens sostiene che l’azienda non abbia effettuato studi sufficienti in questo campo. Allo stesso tempo, potenziali carenze potevano essere riscontrate sul versante della “esposizione, della genotossicità e dei meccanismi di azione”.

Tutti ambiti di studio necessari per valutare la correlazione tra un prodotto e una determinata malattia. Ricercatori indipendenti in USA, Canada e Svezia, sostiene lo Spiegel, hanno realizzato questo tipo di studi, concludendo che “lo glifosato incrementa il rischio di sviluppare il cancro del sistema linfatico”.

Assunti che Monsanto ha sempre smentito con forza. Ma su cui, a quanto pare, non avrebbe indagato sufficientemente a fondo. In un’altra mail, si legge che l’azienda non ha condotto “alcuno di questi test”, sulla potenziale “cancerogenicità” del diserbante RoundUp. In un’altra, leggiamo:

«Non conduciamo alcuno studio subcronico, cronico o sulla teratogenicità dei nostri formulati».

Monsanto e i (propri) studi nascosti

Dalle email rivelate sinora, emerge quindi l’insufficienza dei test clinici condotti da Monsanto per stimare l’effettiva pericolosità del prodotto. Esistono però altri testi che sembrano dimostrare come la multinazionale abbia volutamente nascosto i risultati di alcuni studi interni effettivamente condotti. Farmer scrive per esempio questa email riguardo le attività di consulenza svolte per Monsanto da James Parry:

«Il dottor Parry nella sua valutazione conclude che il glifosato è capace di produrre genotossicità».

La conclusione della tossicologa Monsanto? Nessun pericolo. Anzi: possiamo “far cambiare al dottor Parry la sua posizione”, inviandogli altri studi.

In un altro caso, un esperimento Monsanto del 2002 voleva stimare l’assunzione nel corpo del diserbante RoundUp. Esperimento che ha portato alla conclusione che una quantità “tra il 5 e il 10 per cento” della sostanza è riuscita a penetrare nella pelle dei ratti. Cosa si è deciso di fare dopo questa scoperta? L’autore della mail scrive molto chiaramente: “Abbiamo deciso così di FERMARE lo studio”.

Il già citato Heydens, infine, scrive a Donna Farmer che il “glifosato è OK, ma il prodotto formulato causa il danno”. Insomma, il ricercatore Monsanto sostiene che la pericolosità non deriverebbe dalla sostanza in sé, ma da come viene miscelata all’interno dei prodotti commercializzati.

Le attività di lobbying di Monsanto per difendere il diserbante RoundUp

Altre comunicazioni interne all’azienda, svelate durante il processo, dimostrano anche le attività di lobbying messe in campo per screditare studi e valutazioni che ritenevano pericoloso il glifosato. Per esempio, in seguito alla valutazione negativa dello IARC, pare che l’azienda sia corsa ai ripari finanziando direttamente gli autori di pareri scientifici contrari. “Due degli autori, a quanto pare, hanno ricevuto direttamente soldi da Monsanto”, conclude lo Spiegel. John Acquavella, ex dipendente della multinazionale, avrebbe ricevuto 20.700 dollari per delle “ore di consulenza collegate al panel di esperti epidemiologici sul glifosato”.

Un’attività che purtroppo non stupisce. È talmente pervasiva che gli studi commissionati da Monsanto finiscono direttamente nelle pagine delle valutazioni delle agenzie che dovrebbero tutelare i consumatori. Secondo il Guardian, infatti, l’EFSA (Agenzia per la sicurezza alimentare Ue) avrebbe inserito circa 100 pagine, ricopiate direttamente dai documenti presentati da Monsanto, nel proprio paper da 4.300 pagine in cui si smentisce la cancerogenicità dell’erbicida. Le 100 pagine in questione si riferivano proprio al nesso tra glifosato e genotossicità, cancerogenicità e pericolosità per l’apparato riproduttivo.

Monsanto ha negato tutte le accuse riferite alla possibile influenza sui ricercatori scientifici. Ma “non ha commentato”, scrive lo Spiegel, “riguardo le altre accuse”.


Michael Baum, uno dei partner dello studio legale Baum, Hedlund, Aristei & Goldman che sta portando avanti una delle class action statunitensi sul tema, ha così commentato le notizie emerse:

«I Monsanto Papers raccontano una storia inquietante sul ghostwriting, sulla manipolazione scientifica e sul trattenimento delle informazioni. [Monsanto] – secondo Baum – crea dubbi, attacca le persone e fa ghostwriting».

Glifosato: voto atteso per domani

Le rivelazioni esplosive arrivano proprio alla vigilia del voto sul rinnovo dell’autorizzazione europea per il glifosato e per i prodotti che lo contengono. Come abbiamo visto di recente, la votazione presso il Paff, il comitato di Bruxelles per i prodotti fitosanitari, è prevista per domani, 25 ottobre. L’Italia, insieme a Francia, Lussemburgo e Austria, ha detto no al rinnovo dell’autorizzazione. Esistono però 12 Paesi che sono favorevoli al rinnovo, mentre la Germania non ha ancora rivelato la propria posizione.

Se dovesse passare la mozione a favore, il glifosato sarebbe utilizzato ancora nei campi di mezza Europa per altri 10 anni.

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