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Deepwater Horizon: quel disastro si ripete due volte (ogni anno)

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Una quantità di petrolio pari a due Deepwater Horizon viene sversata ogni anno in una regione russa, senza ricevere la stessa attenzione mediatica.

Ricordate la Deepwater Horizon? La piattaforma petrolifera, affiliata alla British Petroleum, che affondò il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico, provocando un disastro ambientale devastante, riversando in mare 5 milioni di barili di petrolio, che hanno distrutto un intero ecosistema e ucciso migliaia di uccelli, mammiferi, tartarughe e pesci: ve la ricordate?

Bene, senza il clamore mediatico che ha circondato quella catastrofe naturale, una devastazione di proporzioni ancora più massicce si consuma ogni anno nella Repubblica dei Komi, in Russia.

Secondo il ministro russo dell’ambiente e delle risorse naturali, Sergei Donskoi, ogni anno gli oleodotti presenti nell’area versano nell’ambiente un milione e mezzo di tonnellate di petrolio. Un quantitativo più che doppio rispetto all’incredibile disastro provocato dalla Deepwater Horizon, senza che (quasi) nessuno ne parli. Il problema, sostiene il ministro, è che il 60% dell’infrastruttura che trasporta il petrolio nella regione è deteriorata. E così il combustibile può minacciare i pesci dei laghi circostanti, i pascoli e le fonti di acqua potabile, senza che le aziende coinvolte facciano nulla per rimediare: a quanto pare, piuttosto che spendere soldi in infrastrutture di qualità, è più conveniente tappare qualche falla ogni tanto, riversare sabbia sul petrolio fuoriuscito e stagnante oppure non fare assolutamente nulla. Eppure il petrolio è di “loro” proprietà, dovrebbero intervenire, no?

Gli oleodotti sono molto logori, sono dei residuati dell’URSS”, spiega Vasily Yablokov di Greenpeace. “Le compagnie petrolifere hanno iniziato ad accorgersi che stanno perdendo un sacco di petrolio e hanno cominciato a rimpiazzare le tubature, ma è un tentativo risibile: c’è bisogno di fare molto di più”.




Secondo le ricerche e i documenti consultati da Greenpeace, sono state registrate 11.700 fratture negli oleodotti russi, solo nel 2014. Già nel 1994, nella Repubblica dei Komi, una falla ha riversato nel territorio almeno 60mila tonnellate di petrolio. Un disastro continuo, che ha portato altre centinaia di tonnellate del combustibile nei fiumi e nei ghiacciai circostanti nel 2013, nel 2014 e nel 2015.

E il problema si estende oltre la Repubblica dei Komi. Secondo un report del servizio di monitoraggio ambientale statale, solo nel 2011, uno dei fiumi nel nord della Russia, il Pechora, ha trasportato 500mila tonnellate di petrolio direttamente nel Mar Glaciale Artico. Possiamo solo immaginare l’impatto sulla natura di un tale evento.

Il problema è ulteriormente aggravato dal fatto che i cittadini locali non hanno altra attività lavorativa a disposizione che l’industria petrolifera: “Noi non vogliamo cacciar via le aziende petrolifere. Noi stiamo cercando di dirgli: trivellate la terra lasciando pulite l’aria e l’acqua”, spiega l’attivista e biologa locale Yekaterina Dyachkova. “Noi dipendiamo da queste aziende: non ci sono altri tipi di lavoro”.

Vi avevamo raccontato una vicenda simile anche l’anno scorso, quando “grazie” al disastro della Deepwater Horizon, era stato scoperto uno sversamento in mare di 10.000 litri di greggio ogni mese, pari a un numero compreso tra 1 e 5 milioni di barili, sempre nel Golfo del Messico. Quando decideremo di mettere la parola fine a questo continuo scempio ambientale?

(Foto: Greenpeace)

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