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COP 23, i grandi del mondo decidono (ancora) di non decidere

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Cosa hanno deciso i grandi del mondo durante la COP 23, la Conferenza ONU sul Clima a Bonn? Ecco tutte le ultime notizie dall’appuntamento.

Non si attendevano grandi risultati dalla nuova Conferenza ONU sul Clima di Bonn, andata in scena in questi giorni e fino a oggi. Ma di certo nemmeno un (quasi) nulla di fatto. Le dichiarazioni di intenti continuano a moltiplicarsi. Ma di fatto questa COP 23 aggiunge poco a quanto già concordato a Parigi nel 2015.

Una (piccola) buona notizia c’è: una ventina di nazioni hanno deciso di sottoscrivere un impegno a non utilizzare più il carbone. Entro il 2030. Ma non è abbastanza, anche perché i principali Paesi che emettono gas serra non hanno aderito all’iniziativa.

Al centro dell’attenzione della conferenza, iniziata il 6 novembre, c’è stata sicuramente la posizione degli Stati Uniti. “Grazie” all’amministrazione Trump, il Paese è oggi l’unico a non essersi impegnato ad aderire alle previsioni dell’accordo sul clima di Parigi 2015. Un accordo da cui uscirà definitivamente nel novembre 2020.

COP 23: ancora nulla di fatto sugli aiuti ai Paesi in via di sviluppo

C’era grande attesa su un punto specifico degli accordi sul clima durante questa COP 23. Quello che riguardava l’aiuto che i Paesi occidentali, sviluppati, avrebbero dovuto dare a persone e nazioni colpite dai disastri del climate change. Le isole del pacifico, ma non solo, sono state le prime vittime dei disastri naturali causati dal riscaldamento globale e dall’innalzamento del livello degli oceani.

All’interno degli accordi sul clima, era prevista dunque un’intesa finanziaria per cui i Paesi europei e del Nord America avrebbero dovuto aiutare economicamente le nazioni in via di sviluppo. Ma a Bonn questo non è avvenuto. Uno smacco ancora più grave, se pensiamo che la conferenza appena conclusa era presieduta dalle Isole Fiji, tra le più colpite dal climate change: si attendevano quindi prese di posizioni concrete e con una timeline precisa.

Ma ancora una volta vincono “i ricchi”. Con una forte azione di lobby, l’Unione Europea, il Canada, Gli Stati Uniti e l’Australia hanno permesso che nel testo conclusivo della COP 23, si parlasse solo di un “incoraggiamento” per i Paesi ricchi a mobilitare fondi pubblici in direzione delle persone più colpite dai disastri ambientali. Una buona intenzione, dunque, e nulla più. Ma come ben sappiamo, di buone intenzioni è lastricato l’inferno.

COP 23: tre (piccole) buone notizie

Innanzitutto, a Bonn si è vista la mobilitazione della società civile. Il risultato più eclatante, è che Ong e associazioni indipendenti hanno ‘sorpassato’ le delegazioni ufficiali dei governi dei 200 Paesi coinvolti:

«Per la prima volta spiega Maria Grazia Midulla, responsabile clima per il WWF Italia – il cuore della conferenza non è stato rappresentato dai negoziati ma da ciò che avveniva nella Bonn Zone, animata da organizzazioni non governative, dai cittadini e dalle iniziative dal basso».

La seconda buona notizia è che almeno 20 nazioni (ma altre potrebbero aggiungersi) hanno fissato una deadline per l’utilizzo del carbone nella produzione energetica. Una proposta – denominata Powering Past Coal – nata inizialmente dall’alleanza tra Regno Unito, Canada e le isole Marshall. Le nazioni aderenti elimineranno completamente il combustibile fossile entro il 2030. Tra di loro, anche l’Italia. Ma mancano proprio le nazioni che più delle altre producono gas serra: Cina, India, Germania. E ovviamente gli Stati Uniti.

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Stati Uniti che, dopo l’annuncio di Trump in giugno, di un progressivo ritiro dagli accordi di Parigi, restano l’unica nazione al mondo a non prendere parte agli impegni per il clima.

Ma c’è una buona notizia anche qui. Ed è il fatto che gli USA, indipendentemente da Trump, si fanno sentire. Oltre alla delegazione ufficiale, infatti, alla conferenza di Bonn ha partecipato un gruppo non ufficiale di rappresentanti istituzionali statunitensi: il governatore della California, Jerry Brown, l’ex vicepresidente Al Gore, l’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, insieme a diversi sindaci americani e numerosi amministratori aziendali. Una delegazione che ha fatto sapere forte e chiaro che aderirà agli accordi sul clima, con o senza l’appoggio della Casa Bianca.

Non abbiamo il lusso di poter aspettare centinaia di anni per cambiare la nostra società, non possiamo attendere i nostri leader nazionali”, ha dichiarato Brown durante la COP 23.

Mentre i grandi discutono, come sta il clima? Non bene, purtroppo.

Tre buone notizie che fanno ben sperare per il futuro. Ma che di certo non nascondono i problemi dell’oggi. Già perché mentre la COP 23 andava in scena a Bonn, il mondo scientifico lanciava ancora una volta il proprio allarme sul climate change.

Innanzitutto, il Global Carbon Project, team di scienziati che stimano le emissioni globali di CO2 immesse in atmosfera ogni anno. La notizia è che dopo 3 anni di crescita zero, tali emissioni riprenderanno a salire nel 2017, a un ritmo di circa il 2%.

La seconda notizia a tinte fosche è che l’Environment Program delle Nazioni Unite ha dimostrato che gli impegni presi dalle nazioni a Parigi, nel 2015, non sono stati mantenuti. La diminuzione delle emissioni è infatti ad appena un terzo del livello necessario per tenere le temperature globali al di sotto di un incremento di 2 gradi Celsius.

Per questa e altre ragioni, 15.365 scienziati da 185 nazioni del mondo si sono mobilitati per lanciare un appello. O meglio, un allarme: si chiama World Scientists’ Warning to Humanity (Avvertimento all’umanità dagli scienziati del mondo) ed è una ripetizione di quanto hanno fatto i ricercatori nel 1992, 25 anni fa.

Da allora, spiegano, l’unico parametro ambientale migliorato è stata la stabilizzazione dello strato atmosferico di ozono (minacciato dal famoso ‘buco’, che sta lentamente richiudendosi). Tutti gli altri fattori che scatenano i cambiamenti climatici sono rimasti invece immutati. Se non addirittura peggiorati. Gli scienziati puntano il dito sui combustibili fossili, sulla deforestazione, sull’agricoltura intensiva e sugli allevamenti industriali di animali. Tutte azioni che mettono l’umanità “in rotta di collisione con la natura”.

C’è ancora speranza. Come dimostra il caso del buco dell’ozono, l’umanità ha dimostrato di avere la possibilità di cambiare le cose, quando c’è cooperazione e unità d’intenti. Ma il tempo sta per scadere.

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