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Centrali nucleari: il rischio incidente è dietro l’angolo

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Il rischio legato alle centrali nucleari non è affatto diminuito

 

Quanto tempo ci vuole perché decidiamo di chiudere una volta per tutte le centrali nucleari del pianeta?

Se siete ancora convinti che le centrali nucleari siano sicure, forse è il caso di ripensarci. Un team di ricercatori dell’Università del Sussex, in Inghilterra, e della ETH di Zurigo, credono che un disastro come quelli di Chernobyl e Fukushima possono accadere “prima di quanto immaginiamo”.

Gli scienziati hanno effettuato un’attenta analisi dei 200 incidenti nucleari più gravi degli ultimi decenni. Hanno stimato l’impatto degli incidenti. Hanno valutato la reazione del settore ai disastri. E hanno tratto conclusioni oscure sui potenziali rischi di un nuovo incidente nucleare.

È vero: gli incidenti nelle centrali nucleari sono sostanzialmente calati in termini di frequenza. Ma questo non basta. La diminuzione, infatti, non riguarderebbe eventi disastrosi, ma eventi su scala minore. Secondo i calcoli dei ricercatori, disastri come quello di Chernobyl e Fukushima sono ancora possibili, una o due volte per secolo. Una volta ogni 50 anni, quindi, se va bene. Incidenti sulla falsa riga di quanto accaduto nel 1979 a Three Mile Island, negli Stati Uniti, potrebbero addirittura avvenire ogni 10-20 anni.

Una verità nascosta

Secondo alcune stime, il disastro di Chernobyl continua ancora oggi a produrre danni su ambiente e salute. Inutile ricordare l’impatto devastante di un evento come Fukushima. Eppure, la popolazione mondiale non sembra ancora rendersi conto del pericolo.

Il dottor Spencer Wheatley, l’autore principale dello studio, ha spiegato: “Abbiamo scoperto che il livello di rischio per l’energia nucleare è estremamente elevato. Anche se abbiamo valutato positivamente la risposta del settore agli incidenti di Three Mile Island e Chernobyl, l’intervento non è stato sufficiente a rimuovere la possibilità di disastri estremi come Fukushima. Per rimuovere il rischio, si dovrebbero applicare cambiamenti enormi all’attuale parco reattori, che in genere hanno tecnologie di seconda generazione”.




Se ancora non abbiamo chiaro il rischio, però, non dipende dalla nostra volontà. Secondo i ricercatori, i dati pubblici diffusi dall’industria nucleare sono stati finora “viziati e palesemente incompleti”. I due studi realizzati da loro, sottolineano, contengono all’incirca tre volte tanto i dati pubblicati dall’industria stessa. Probabilmente, sostengono, questo avviene perché la IAEA (International Atomic Energy Agency), l’agenzia che compila i report sul rischio nucleare, ha un doppio ruolo di regolatrice e promotrice del settore.

I nostri risultati fanno riflettere”, dichiara Benjamin Sovacool, professore dell’Università del Sussex. “Suggeriscono infatti che la metodologia standard utilizzata dalla IAEA per prevedere gli incidenti è problematica. In particolare, quando il focus è sulle conseguenze degli eventi estremi”.

Un nuovo approccio

Per scongiurare ulteriori sottovalutazioni del problema, i ricercatori propongono un nuovo metodo di analisi. Per ogni disastro, infatti, gli studiosi hanno stabilito un costo, in dollari americani. Una cifra indicativa, al cui interno sono considerati: la distruzione di proprietà, il costo dei soccorsi di emergenza, le riparazioni necessarie per l’ambiente, l’evacuazione delle popolazioni, le sanzioni e i costi assicurativi. Ogni decesso, inoltre, è stato ‘contato’ aggiungendo 6 milioni di dollari (è questa la cifra utilizzata dal governo americano per indicare il valore della vita umana).

Una volta raggiunta la cifra finale, i ricercatori hanno stilato una lista di 15 incidenti, dal disastro peggiore a quello più “lieve”. Ecco i primi cinque:

  1. Chernobyl, Ukraine (1986) — 259 mld di dollari
  2. Fukushima, Japan (2011) — $166 mld
  3. Tsuruga, Japan (1995) — $15.5 mld
  4. Three Miles Island, Pennsylvania, USA (1979) — $11 mld
  5. Beloyarsk, USSR (1977) — $3.5 mld

Foto: Bjoern Schwarz on Flickr

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