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Caccia, stagione chiusa. Il bilancio di morte di un anno di attività venatoria

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Si è conclusa domenica 31 gennaio la stagione di caccia, con un bilancio negativo e sempre più spunti di riflessione verso un’attività che poche persone vogliono, ma che ha conseguenze negative su ambiente e cittadini.

Quest’anno, sono stati 16 i morti e 67 i feriti (di cui 15 non cacciatori e 3 minorenni), per armi da caccia in ambito venatorio.

Un bilancio assolutamente negativo, come evidenzia anche la Lav, Lega anti vivisezione: “Anche quest’anno la stagione di caccia si conclude ufficialmente il 31 gennaio, portando con sé il solito tragico bilancio: un’assurda carneficina, una strage di animali, danni incalcolabili all’ambiente, vittime tra i cacciatori e tra la gente comune. Sono ben 88 le vittime umane, registrate da settembre 2014 a 29 gennaio 2015: 22 morti e 66 feriti in poco più di quattro mesi, attribuibili ad armi da caccia e cacciatori, secondo gli ultimi dati dell’associazione vittime della caccia“.

Caccia ancora strettamente legata ad attività di bracconaggio e Regioni che fanno orecchie da mercante, opponendosi alle decisioni europee e nazionali a tutela della fauna migratrice. È questo il quadro nel nostro Paese dove, nei tre mesi di massima migrazione degli uccelli, fra settembre e novembre, sono stati perpetrati il 58% di tutti i reati riscontrati nell’anno.

Sono tante, infatti, le segnalazioni di episodi legati a uccisioni illegali di animali, anche appartenenti a specie protette e rare come lupi, orsi, aquile, persino cicogne. Per Massimo Vitturi della Lav si tratta di “un quadro preoccupante destinato a peggiorare a seguito della dismissione delle polizie provinciali (PP) voluta dal governo Renzi, fatto che comporterà l’azzeramento della vigilanza e repressione dei reati in ambito venatorio“.

Eppure, la caccia è un’attività che piace sempre meno nel nostro Paese. Come evidenzia il Wwf: “Sul profilo ‘culturale’ bisogna registrare che la caccia è un’attività sempre poco gradita dagli italiani, stando all’ultima indagine Eurispes secondo la quale il 68% degli intervistati sono schierati contro l’attività venatoria“.

Ma alcune regioni continuano a osteggiare i provvedimenti a tutela delle specie migratrici. In particolare, quest’anno, il Consiglio dei Ministri ha emanato un provvedimento a tutela di tre specie migratrici, per anticipare la conclusione della stagione venatoria in alcune regioni il 20 gennaio. Il Consiglio è però dovuto intervenire nuovamente (come accaduto nella stagione 2014/15) nei confronti di ben 7 regioni che avevano stabilito nei propri calendari venatori la chiusura al 31 gennaio per le tre specie. Queste specie si trovano ora già nella fase prenuziale o di riproduzione, periodi in cui non è consentita alcuna forma di caccia, secondo le norme europee.




Il segnale dato dalle regioni è stato però pessimo. La Liguria, ad esempio,   non soddisfatta di essere una delle cause maggiori di contenzioso con l’Unione europea, ha addirittura impugnato il provvedimento del Governo dinanzi al giudice amministrativo.

Nei giorni scorsi, il Wwf ha evidenziato i principali problemi derivanti dalla caccia: bracconaggio di specie protette, inquinamento da piombo, regioni che si oppongono alle decisioni europee e nazionali a tutela della fauna migratrice.

Il problema del piombo nelle munizioni, ad esempio, è una questione seria, visto che costituisce una grave fonte di inquinamento.

Ma la questione è ancora più estesa. La caccia, infatti, “sia nella forma illegale del bracconaggio, sia nella forma legale autorizzata con provvedimenti regionali o nazionali, in Italia rappresenta uno dei fattori che contribuiscono alla perdita di biodiversità, che si somma ad altri fattori negativi quali il consumo del suolo, gli inquinamenti, i cambiamenti climatici, gli incendi boschivi”, rimarca il Wwf.  Il motivo, spiega l’associazione ambientalista, “è dovuto alla particolare situazione italiana in cui l’attività venatoria viene gestita, normata e praticata in maniera quasi sempre non sostenibile, e non rispettando i criteri scientifici, né le normative internazionali di tutela delle specie e degli habitat naturali“.

(Foto: Torrey Wiley)

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