Home Ambiente Attento a come ti vesti: potresti inquinare la montagna!

Attento a come ti vesti: potresti inquinare la montagna!

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inquinare la montagna

Aria sana, tanto verde (o bianco, in base al periodo) e bei paesaggi. È questo quello che ci aspettiamo dalla montagna. Ma è veramente questo ciò che troviamo?

In questi ultimi giorni, Greenpeace ha pubblicato la sua nuova inchiesta, intitolata “Impronte nella neve” e volta a indagare la diffusione nell’ambiente dei PFC, composti poli e per-florurati impiegati in numerosi processi industriali, tra cui la produzione di abbigliamento outdoor.

Senza saperlo, infatti, potremmo essere noi stessi ad inquinare le nostre montagne, scegliendo capi che contengono queste sostanze. Materiali che, allo stesso tempo però, si rivelano dannosi anche per la salute. Ma vediamo più da vicino di cosa si tratta.

I PFC sono composti organici di sintesi, caratterizzati da un’elevata persistenza generata dal forte legame chimico tra atomi di fluoro e carbonio. Queste sostanze sono largamente usate, da più di sessant’anni, in numerosi processi industriali, tra cui, appunto, la produzione dei più comuni capi di abbigliamento e attrezzature outdoor e, nello specifico, nelle finiture impermeabilizzanti e antimacchia.

Queste sostanze, evidenzia Greenpeace, sono pericolose a causa della loro persistenza e difficile biodegradabilità.

Fra maggio e giugno di quest’anno, otto squadre di attivisti di Greenpeace, equipaggiati con capi di abbigliamento privi di PFC, sono partite per altrettante aree di montagna, appartenenti a tre continenti. Durante il loro viaggio, hanno prelevato campioni di acqua e neve che sono stati poi analizzati in laboratorio al fine di verificare la presenza di PFC.

Il campionamento è avvenuto in zone remote ma comunque accessibili e per la raccolta dei campioni di neve sono stati tenuti in considerazione due aspetti chiave: che la neve fosse fresca e intatta.

Per il campionamento dell’acqua sono stati selezionati i laghi che avevano basse probabilità di essere contaminati da fonti locali.

Gli attivisti sono stati sui: Monti Haba (Cina), Monti Altai (Russia), Laghi di Macun (Svizzera), Alti Monti Tatra (Slovacchia), Parco Nazionale di Torres del Paine (Cile), Monti Kaçkar (Turchia), nella località di Treriksroset (Scandinavia, al confine fra Svezia, Finlandia e Norvegia) e sui Monti Sibillini (Italia).

In Italia, campioni di neve e acqua sono stati raccolti presso il lago di Pilato, situato all’interno del parco nazionale dei Monti Sibillini, tra Umbria e Marche.

Le indagini hanno mostrato la presenza di PFC nei campioni di neve provenienti da tutti i siti visitati. Anche nei campioni prelevati a più di 5.000 metri, sui monti Haba in Cina.

Le concentrazioni più elevate sono state riscontrate sui monti Tatra in Slovacchia, sui monti Sibillini (Lago di Pilato, Italia) e sulle Alpi (la regione dei laghi di Macun in Svizzera).

Il composto che è stato ritrovato in concentrazioni maggiori è stato il PFNA (PFC a catena lunga), il cui valore massimo è stato riscontrato nei campioni provenienti dal Lago di Pilato.

La località di campionamento italiana si caratterizza, inoltre, anche per il più alto contenuto di altri PFC nei campioni di neve. Per quanto riguarda i campioni di acqua, la presenza di PFC è stata riscontrata in sei dei sette campioni analizzati ed è la conseguenza di processi di accumulo avvenuti nel corso degli anni.

Come dicevamo all’inizio, i PFC sono molto pericolosi, non solo per l’impatto che hanno sull’ambiente, ma anche per il fatto che, secondo alcune ricerche, possono causare danni al sistema ormonale e riproduttivo, incentivare la crescita di tumori e altre mutazioni cellulari.

Cosa possiamo fare noi consumatori?

Per invogliare il mercato ad abbandonare questo metodo di produzione che utilizza sostanze chimiche pericolose, per noi e per l’ambiente, possiamo prestare attenzione a ciò che acquistiamo e utilizziamo.

Greenpeace, ad esempio, fa nomi e cognomi sia delle aziende virtuose, che di quelle che ancora non hanno abbracciato un modello produttivo sostenibile. Fjällräven, Paramo, Pyua, Rotauf e R’ADYS, producono già intere collezioni di abbigliamento idrorepellente PFC-free; The North Face, Columbia, Patagonia, Salewa e Mammut, sembra che invece continuino a tardare nella loro risposta.

Un altro passo è quello di aderire al movimento “Detox outdoor” che chiede alle aziende di eliminare i PFC dai propri prodotti.

Come sappiamo, da anni Greenpeace si batte per eliminare dai tessuti (e non solo) le sostanze nocive. Soprattutto dai vestiti dei bambini, come evidenziato in questo rapporto: http://ambientebio.it/sostanze-tossiche-nei-vestiti-per-bambini-lultimo-rapporto-di-greenpeace/

(Foto: Greenpeace.org)

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