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Pescata aragosta con logo della Pepsi “tatuato” sulla chela. E di cosa ci stupiamo?

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aragosta pepsi

Di primo acchito sembra una notizia sconvolgente. E infatti così è stata presentata dai giornali di tutto il pianeta. Una donna canadese ha pescato un’ aragosta e su una delle sue chele ha trovato “tatuato” il logo della Pepsi. Non è ancora chiara la dinamica dei fatti: come ha fatto il disegno a finire stampato su un animale marino? Ma di certo non possiamo stupirci.

Come gli ambientalisti avvertono da tempo, la situazione dei nostri mari e oceani è disastrosa. C’è chi prevede che presto in acqua troveremo più facilmente plastica che pesce. Perché ci stupiamo, quindi, se un’ aragosta finisce in qualche modo ‘vittima’ del marine litter, dei nostri scarti industriali che finiscono in mare?

Piuttosto, dovremmo chiederci come ostacolare questo fenomeno, prima che sia troppo tardi.

Aragosta tatuata Pepsi

Karissa Lindstrand lavora a bordo di un peschereccio. Il suo compito è di bloccare le chele dei crostacei pescati, con degli elastici. Un lavoro che va avanti senza scosse. Finché non trova un’aragosta che attira la sua attenzione. La fotografa e la mette su Facebook: quella particolare aragosta ha il logo della Pepsi tatuato su una chela.

Il crostaceo è stato pescato nell’Oceano Atlantico, nel Nuovo Brunswick, provincia canadese e per l’esattezza al largo delle coste della Grand Manan, isola della Baia di Fundy. L’immagine del logo tatuato attira l’attenzione di tanti: “A un primo sguardo ho pensato: “Ma quella p una lattina di Pepsi!”. Poi ho visto meglio: era come se qualcuno avesse proprio ‘stampato’ il logo sulla chela”, scrive Karissa nel post sul social.

Ma come ci è finito lì quel logo? Le congetture sono diverse.

Secondo il Guardian, c’è chi ipotizza che l’ aragosta sia cresciuta vicino a una lattina finita in qualche modo sul fondo dell’oceano. Per altri si tratterebbe invece del pezzo di una scatola di cartone della Pepsi, rimasto incastrato sulla chela. Ma secondo Karissa queste ipotesi sono improbabili. Il logo era pixellato, spiega, e quindi non può derivare da una lattina. Allo stesso tempo l’immagine su una scatola di cartone è troppo grande rispetto alle dimensioni del ‘tatuaggio’ rinvenuto.

Quel che è certo è che le immagini del crostaceo stanno facendo il giro del mondo. E potrebbero rappresentare quella ‘scossa’ di cui abbiamo bisogno per affrontare sul serio il problema del marine litter.

Marine litter: più plastica che pesci

Come abbiamo visto più di una volta, quello della plastica in mare è un dramma ambientale che dovremmo affrontare con maggiore energia.

Appena 10 giorni fa, diverse associazioni ambientaliste presentavano un appello ai senatori italiani per approvare una legge che vieti le microplastiche nei cosmetici. Sono tra le 5 e i 13 milioni le tonnellate di plastica buttate in mare. Ogni anno. Plastica che finisce nell’alimentazione di pesci, uccelli marini e altri organismi.

Secondo alcune stime, il 90% degli uccelli marini ha della plastica nel proprio stomaco. Sembra ormai superfluo ricordare che tutte queste sostanze finiscono nella nostra catena alimentare e quindi anche nelle nostre pance.

Dame Ellen MacArthur, ex marinaia, oggi ambientalista e attivista, ricorda che, se non agiamo in tempo, entro il 2050 ci saranno più chili di plastica che di pesce negli oceani.

L’aragosta ‘tatuata’ può diventare un simbolo di questo scempio. E forse aprirà gli occhi di chi ancora pensa che la plastica sia il futuro del nostro modello industriale.

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