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Aggiornamento sugli “stress-test” nucleari in UE

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Dopo il disastro di Fukushima, nel 2011, gli Stati Membri dell’Unione Europea hanno  progettato una serie di “stress test” per rassicurare i cittadini europei in merito ai pericoli che potevano derivare dalla presenza nell’UE di 132 reattori nucleari (più altri 5 in Svizzera). Doveva essere un esercizio trasparente, per condurre a piani d’azione nazionali in grado di fronteggiare le possibili criticità emerse dagli stress test.

Nel maggio 2012, Greenpeace ha commissionato uno studio per un’analisi indipendente dei risultati degli stress test e adesso, un anno dopo, uno degli autori di quello studio, il fisico Oda Becker, ha prodotto un nuovo rapporto, Updated review of EU nuclear stress-tests, per capire se i citati Piani d’Azione Nazionale bastano ad affrontare i problemi evidenziati dagli stress test. I risultati sono sconfortanti e mostrano che a dispetto di investimenti anche ingenti, numerosi aspetti importanti e ben noti non sono stati affrontati e che alcune delle questioni che pure sono state affrontate saranno risolte tra anni, lasciando quindi i cittadini europei esposti nel frattempo a rischi.
Rischi seri anche per l’Italia: Krsko (Slovenia) e Muleberg (CH) Il rapporto di Greenpeace Updated review of EU nuclear stress-tests si focalizza in particolare sui problemi di alcune centrali nucleari estremamente problematiche, in Belgio, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Queste centrali sono una fonte di rischio non solo per i
cittadini del Paese che le ospita, ma anche per quelli degli Stati confinanti. Grazie all’esito del referendum del 2011, l’Italia non ha reattori nucleari (per la produzione di energia elettrica) in esercizio, e questa ovviamente è una buona garanzia di tutela per i cittadini italiani. Tuttavia il Trattato Euratom pone il nucleare sotto l’esclusiva competenza di singoli Paesi e ciò implica che spesso i Paesi limitrofi non sono consultati o coinvolti in modo adeguato nelle valutazioni del rischio. Non sorprende, dunque, che tra le centrali menzionate nel rapporto di Greenpeace ce ne siano due, Krsko in Slovenia e Muleberg in Svizzera che minacciano anche gli italiani. La centrale di Krsko minaccia, oltre l’Italia, ovviamente la Slovenia ma anche Croazia, Ungheria e Austria. Il punto più critico è che la centrale è costruita in un’area sismicamente attiva. Sono in corso lavori per migliorare la resistenza alle inondazioni ma quando essi saranno conclusi, solo nel 2015, non basteranno a far ritenere la centrale al sicuro. Greenpeace ritiene che la Slovenia dovrebbe avviare una progressiva chiusura dell’impianto, piuttosto che estenderne la licenza operativa. 

Anche la centrale di Muleberg, in Svizzera, è in area sismica e soggetta a inondazioni, in particolare per possibili incidenti alla diga di Wohlensee. La centrale, che minaccia la popolazione in Italia oltre che in Svizzera, Germania e Francia, non ha un adeguato impianto di raffreddamento in caso di emergenza e i lavori per rendere sicure le piscine di raffreddamento del combustibile nucleare non si concluderanno prima del 2017. Resta insufficiente la prevenzione per la produzione di idrogeno (gas esplosivo) e non c’è modo di affrontare e risolvere alcuni problemi collegati al tipo di reattore, il Mark-1. Inoltre, alcune raccomandazioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IEAA) non sono state implementate. Greenpeace ritiene che per il rischio di terremoti, i limiti del disegno strutturale del Mark-1 e per l’età avanzata, questo impianto dovrebbe essere chiuso immediatamente. L’estensione illimitata della licenza che è stata di recente concessa a questa centrale è pericolosa e ingiustificata. Insicurezza nucleare italiana: Mochovce (ENEL/SE) Infine, l’Italia è pericolosamente coinvolta in un’altra delle centrali “a rischio”, quella di Mochovche, in Slovacchia, che minaccia anche Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. Si tratta, infatti, di una centrale nucleare di proprietà dell’italiana ENEL, esposta a rischio di terremoti fino a quando, nel corso del decennio, non saranno installate adeguate protezioni. L’eventuale installazione di sistemi di ventilazione filtrati sarà oggetto di analisi ancora da effettuare, anche se dovrebbe essere ormai chiaro che la loro necessaria presenza è una delle lezioni più importanti che si deducono dal disastro di Fukushima.
La Slovacchia, inoltre, rifiuta di analizzare cosa potrebbe succedere se il “guscio” del reattore si rompesse e molte delle misure dedotte dagli stress test verranno implementate solo nei prossimi anni. Infine, molti problemi di sicurezza legati al progetto (ad esempio lo spessore dei muri di confinamento) sono semplicemente ignorati. Anche per questi motivi Greenpeace chiede a ENEL di fermare la costruzione di altri due reattori nel sito (Mochovce 3 e 4) e di spegnere gradualmente i reattori n. 1 e 2 al più presto possibile. Conclusione: la lezione di Fukushima non ha insegnato nulla. In conclusione: non tutte le lezioni di Fukushima sono state apprese e non tutti i problemi saranno risolti, anche perchè molti dipendono da limiti intrinseci dei progetti, difficili, se non impossibili, da risolvere. In particolare, non si sta tenendo conto dell’invecchiamento degli impianti e tutto ciò rischia di cancellare le migliorie che saranno effettuate. Greenpeace ha dimostrato che esistono valide alternative al nucleare che aiutano anche nella lotta contro il cambiamento climatico, oltre che nel raggiungimento di altri obiettivi come l’indipendenza energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti di energia. Greenpeace conclude che una progressiva eliminazione del nucleare combinata con misure di efficienza energetica e sviluppo di fonti rinnovabili sia l’opzione più sicura e che gli impianti più vecchi e rischiosi devono essere chiusi immediatamente. 

Fonte http://www.greenpeace.org/italy/it/