Home Alimentazione Biologica Virus Zika: accertato il collegamento coi casi di microcefalia

Virus Zika: accertato il collegamento coi casi di microcefalia

266
0
CONDIVIDI
2006 Prof. Frank Hadley Collins, Dir., Cntr. for Global Health and Infectious Diseases, Univ. of Notre Dame This 2006 photograph depicted a female Aedes aegypti mosquito while she was in the process of acquiring a blood meal from her human host, who in this instance, was actually the biomedical photographer, James Gathany, here at the Centers for Disease Control. You’ll note the feeding apparatus consisting of a sharp, orange-colored “fascicle”, which while not feeding, is covered in a soft, pliant sheath called the "labellum”, which retracts as the sharp stylets contained within pierce the host's skin surface, as the insect obtains its blood meal. The orange color of the fascicle is due to the red color of the blood as it migrates up the thin, sharp translucent tube. The first reported epidemics of Dengue (DF) and dengue hemorrhagic fever (DHF) occurred in 1779-1780 in Asia, Africa, and North America. The near simultaneous occurrence of outbreaks on three continents indicates that these viruses and their mosquito vector have had a worldwide distribution in the tropics for more than 200 years. During most of this time, DF was considered a mild, nonfatal disease of visitors to the tropics. Generally, there were long intervals (10-40 years) between major epidemics, mainly because the introduction of a new serotype in a susceptible population occurred only if viruses and their mosquito vector, primarily the Aedes aegypti mosquito, could survive the slow transport between population centers by sailing vessels.

Ciò che qualche mese fa appariva solo come un dubbio, ora diventa certezza: il virus Zika è responsabile dei casi di microcefalia nei bambini delle zone colpite.

Erano state fatte diverse congetture a riguardo e gli scienziati sembravano ancora poco convinti, adesso, però, sembra davvero sicuro che a causare i casi di microcefalia nelle zone colpite sia il virus Zika.

La conferma arriva in questi giorni da un report dei Cdc (Centers for disease control and prevention di Atlanta) pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Lo studio Usa dimostra la presenza di segni del virus Zika nel tessuto cerebrale, nel fluido spinale di bambini con microcefalia e nel liquido amniotico. La diffusione del virus, come abbiamo visto, avviene attraverso e punture di zanzare infette del genere “Aedes”, in modo particolare “Aedes aegypti”.

Questo studio – spiega il Cdc in una nota – rappresenta un punto di svolta nell’epidemia di Zika. Ora è chiaro che il virus provoca microcefalia“, probabilmente insieme ad altri gravi difetti cerebrali del feto.

Gli scienziati parlano di legame “senza precedenti”. Gli esperti dei Cdc sperano che questo report possa aumentare la consapevolezza pubblica sui rischi del virus e sulla necessità di fare prevenzione, soprattutto tra le donne in gravidanza.




Il nesso di casualità è stato accertato, ma per l’autorità rimangono irrisolte ancora alcune questioni. Come il perché alcune donne infette abbiano dato alla luce figli sani, ad esempio. I Cdc hanno in programma di avviare “nuovi studi, per determinare se i bimbi con microcefalia nati da madri contagiate dal virus in gravidanza siano la punta dell’iceberg di altri danni al cervello e problemi di sviluppo“, afferma Tom Frieden, direttore dell’ente.

Rimangono le raccomandazioni date alle donne incinte: evitare le zone in cui ci sono focolai del virus.

In tal senso, Giovanni Rezza, direttore Dipartimento Malattie Infettive, consiglia, se non è possibile evitare di viaggiare, “di prendere misure precauzionali per ridurre il rischio di punture di zanzare: non esporsi nelle ore più fresche della giornata (soprattutto al mattino ed al tramonto), vivere in ambienti con aria ossigenata, coprire anche braccia e gambe, usare repellenti autorizzati per l’uso in gravidanza“.

Inoltre, aggiunge, ci sono dei periodi più a rischio di altri: “Probabilmente il rischio è presente soprattutto nel primo trimestre di gravidanza, anche per analogia con altre infezioni“.

(Foto)