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Sucralosio e dolcificanti artificiali: il veleno nascosto nei nostri piatti

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Vi siete mai chiesti quanto siano sicuri i dolcificanti presenti negli alimenti che acquistiamo? Le sostanze adoperate dall’industria alimentare per conferire un gusto dolce ai prodotti sono alcune decine e possono essere divise in dolcificanti naturali e artificiali.

Le sostanze differiscono tra di loro e hanno apporti calorici e poteri dolcificanti molto vari.

Secondo una sintetica suddivisione fatta da Altroconsumo, i dolcificanti si dividono innanzitutto in due grandi categorie: dolcificanti naturali, o polialcoli, e dolcificanti artificiali o intensivi.

I primi si trovano in natura in frutta e verdura. Hanno un potere edulcorante leggermente più basso del saccarosio e contengono poco più della metà delle sue calorie. I più comuni sono quelli che finiscono in “olo” (sorbitolo, mannitolo, xilitolo). Danno consistenza ai cibi e hanno un effetto rinfrescante che spiega anche il loro impiego diffuso nelle gomme da masticare, nella confetteria e nelle caramelle. Tutti, se consumati in grande quantità, possono causare flatulenza, mal di pancia e dissenteria.

I dolcificanti artificiali o intensivi sono invece sostanze di sintesi, create appunto in laboratorio. Hanno un elevato potere edulcorante (da 30 a 500 volte quello dello zucchero comune) e pochissime calorie. Tra i più conosciuti troviamo l’aspartame, l’acesulfame, la saccarina, i ciclammati e il sucralosio (il più recente).

Come tutti gli additivi alimentari, i dolcificanti sono sostanze regolamentate. Nell’Unione europea (UE) sono la Commissione europea, il Parlamento europeo e il Consiglio europeo che disciplinano l’uso degli additivi alimentari. Tutti gli additivi devono essere riportati sulle etichette dei prodotti che devono indicare sia la funzione dell’additivo alimentare nell’alimento finito, sia la sostanza specifica usata, utilizzando il riferimento al relativo codice E o alla sua denominazione (ad esempio, E 954 per la “saccarina”).

Ma quanto sono sicuri i dolcificanti che troviamo negli alimenti?

Noi di Ambientebio abbiamo parlato varie volte del rischio legato all’uso dei dolcificanti artificiali, soffermandoci soprattutto sull’Aspartame, di cui abbiamo visto i rischi e gli effetti collaterali.

Ma, ovviamente, l’aspartame è solo uno degli ingredienti adoperati dall’industria alimentare.

Uno studio apparso su Nature ha indagato, sui topi e su soggetti umani, gli effetti che l’assunzione di dolcificanti artificiali ha sul metabolismo. E i risultati non sono stati incoraggianti.

Nello specifico, il team guidato da Eran Elinav del Weizmann Institute of Science (Israele) ha deciso di studiare che tipo di effetti hanno questi composti sulla composizione e funzione del microbioma intestinale e quali possono essere le conseguenze sul metabolismo glucidico.




Dopo circa 11 settimane di sperimentazione, i ricercatori hanno notato che i topi alimentati con acqua addizionata da dolcificanti artificiali avevano sviluppato una marcata intolleranza al glucosio rispetto a quelli che invece avevano bevuto acqua zuccherata tradizionalmente. Non solo: i dolcificanti modificavano anche la composizione del microbioma intestinale nei topi, così come la loro funzionalità (per esempio aumentando le capacità di degradazione dei carboidrati negli animali che avevano consumato i dolcificanti).

Gli studiosi hanno così deciso di confrontare i dati ottenuti dalla sperimentazione animale, con altri studi effettuati sugli umani, ottenendo risultati molto simili. Dopo appena quattro giorni durante i quali i soggetti erano stati sottoposti a un regime dietetico ad alto contenuto di queste sostanze, erano stati registrati alti livelli di glucosio nel sangue.

La conclusione a cui sono giunti i ricercatori è che il consumo di dolcificanti piuttosto che aiutare a tenere sotto controllo anomalie metaboliche potrebbe favorirne la comparsa agendo sulle popolazioni microbiche dell’intestino.

Ma non è tutto. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Toxicology and Environmental Health, i ricercatori del Duke University Medical Center hanno riportato i risultati ottenuti da uno studio effettuato sul sucralosio (o E955), un altro popolare dolcificante.

Lo studio, condotto su modello animale, aveva il compito di valutare gli effetti sull’organismo di sucralosio (1,1%), glucosio e maltodestrine.

Il sucralosio è stato somministrato per un periodo di 12 settimane, a cui sono seguite l’analisi batterica dei campioni fecali e la misura del pH fecale.

I risultati hanno evidenziato che il sucralosio aveva causato vari effetti avversi nei ratti, tra cui una riduzione della microflora fecale benefica, un aumento del pH fecale e un aumento dei livelli di espressione di P-gp, CYP3A4 e CYP2D1, che sono noti per limitare la biodisponibilità dei farmaci somministrati per via orale.

Come spiegato dalla dott.ssa Susan Schiffman : “Alle concentrazioni tipicamente utilizzate in alimenti e bevande, il sucralosio elimina i batteri benefici nel tratto gastrointestinale, con un minore effetto sui batteri patogeni. La maggior parte dei consumatori non è a conoscenza di questi effetti, perché non vi è nessuna etichetta di avvertimento sui prodotti contenenti sucralosio“.

Gli scienziati hanno anche dichiarato che la modifica nell’equilibrio dei batteri gastrointestinali è stata associata a un aumento di peso e obesità. Ma ancora non è tutto: a livelli elevati, il sucralosio potrebbe causare anche danni al DNA. Effetti che potrebbero verificarsi anche ai livelli attualmente approvati dalle agenzie di regolamentazione per l’uso nella catena alimentare.

Risultati che Giorgia Rossi, portavoce di ANPROD, l’Associazione Nazionale Produttori di Dolcificanti, ha dichiarato inattendibili, perché inattendibile dal punto di vista delle Buone Pratiche di Laboratorio (BPL sarebbe la ricerca del 2008 a cui si riferiscono. I dubbi sulla sicurezza di queste sostanze, però, permangono.

(Foto: caravel.sc.edu)

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