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Olio d’oliva deodorato e frodi alimentari: la contraffazione che mette a rischio il Made in Italy

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Il fenomeno della contraffazione dell'olio d'oliva

Contraffazione dell’olio d’oliva: come fa un olio di bassa qualità, proveniente dall’estero a essere spacciato come Made in Italy

La contraffazione dell’olio che mette a rischio il made in Italy. Abbiamo già trattato questo argomento quando abbiamo parlato di alcune intercettazioni riportate da Il Fatto Quotidiano. Telefonate tra personaggi legati a grandi case italiane produttrici di olio e immischiati in presunte frodi alimentari.

Oggi, riportiamo invece alcuni dati preoccupanti trasmessi in questi giorni nel secondo rapporto sulle Agromafie. Il rapporto è stato realizzato dall’Eurispes. Un’analisi che dimostra come spesso, dietro il marchio Made in Italy, si nascondano delle vere e proprie truffe. Oli di bassissima qualità che, attraverso la contraffazione, vengono venduti come prodotti nazionali pregiati. Mentre invece di italiano hanno veramente ben poco.

Come avviene la contraffazione

Come abbiamo accennato quando abbiamo precedentemente trattato questo argomento, la contraffazione dell’olio può avvenire in modi più o meno complessi.

In generale, si importano oli a bassissimo costo da Spagna, Grecia e Tunisia e si mescolano con oli italiani di bassa qualità.

Più complesso è invece il processo di deodorazione del prodotto. Questo meccanismo consente di eliminare gli odori sgradevoli dovuti alla bassa qualità delle materie prime utilizzate. Olive in cattivo stato di conservazione che secernono sostanze, alchil esteri (alcol metilici ed etilici), che incidono a livello chimico e sensoriale sulla qualità dell’olio. Il trattamento di “deodorazione” eliminerebbe i forti odori, il gusto acre del composto e l’eccessiva acidità.

Questi oli così contraffatti vengono poi imbottigliati e sommersi di riferimenti all’italianità del prodotto, in modo tale da rendere meno evidente sull’etichetta la dicitura “miscela” e ingannando in questo modo gli ignari consumatori.

L’Italia primo importatore di olio e ultimo tra gli esportatori

Dai dati riportati nel rapporto Eurispes emerge un vero e proprio paradosso: l’Italia risulta essere il primo importatore mondiale di olio di oliva, raggiungendo una quota pari al 35% (2011) e superando paesi quali gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito. E nelle esportazioni? Nelle esportazioni l’Italia si mantiene a quota bassa: solo il 22% (2011), ben poca cosa se paragonato al 50% della Spagna.

Spiega Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes: “Queste cifre, che emergono dal nostro 2° Rapporto sulle Agromafie realizzato in collaborazione con Coldiretti, dimostrano che i consumatori sono vittime di vere e proprie truffe alimentari dal momento in cui, dietro al paravento di marchi sedicenti italiani ed etichette fuorvianti, vengono commercializzati oli di oliva di bassissima qualità”.

Piano di sorveglianza

I dati derivanti dal piano di sorveglianza attivato a livello nazionale sulle aziende produttrici non tranquillizzano. Attraverso un campionamento di oli, effettuato su tutto il territorio italiano, è risultato che, rispetto alla non conformità il cui limite è imposto a 30 mg/kg di alchil esteri tollerati, ben il 49% del totale di oli esaminati è risultato non conforme. Di questi il 54% provenienti dal Sud, il 24% dal Nord e il 22% dal Centro. Il 51%, invece, era conforme (27% dal Sud, 33% dal Nord e 40% dal Centro).

Nel settore delle frodi sanitarie (prodotti contraffatti, sofisticati, adulterati e potenzialmente dannosi per la salute) solo la Guardia di Finanza nel 2012 ha sequestrato beni per un totale di 10.649.040 chili: di questi il 74% (8.195.709 chili) erano rappresentati dall’olio. Numerose anche le operazioni del Nucleo Agroalimentare della Forestale che ha sequestrato 450 tonnellate di olio extravergine di oliva deodorato destinato a essere commercializzato per un valore di circa 4 milioni di euro”. Si legge sul sito ufficiale dell’Eurispes.

Quando un olio è “fuorilegge”

Un ulteriore problema, sottolineato anche da Il Fatto Alimentare, è che l’interpretazione del decreto non dice, però, che l’olio con una quantità di alchil esteri superiore a 30 mg/Kg deve essere soggetto a sanzioni e nemmeno vieta la possibilità di etichettarlo come italiano.

Questo significa che all’interno del 49% di campioni definiti non conformi, si può trovare di tutto. Dagli oli che superano di poco il limite di 30 mg/kg a quelli che superano i 75 mg/kg, limite agli alchil esteri imposto dalla normativa europea. E quindi necessariamente fuori legge.

Ricadute sul made in Italy

Fara spiega come questo problema costi veramente caro agli oli di buona qualità prodotti in Italia. “È chiaro che questo processo ha ricadute economiche ben precise, che spiazzano i produttori di vero olio Made in Italy costringendoli a una guerra di prezzi al ribasso che non si può coniugare con una qualità elevata: infatti, a fronte di un prezzo medio superiore ai 6 euro al litro per un buon olio extravergine di oliva che si possa classificare come italiano, il prezzo di un olio “deodorato” si può attestare su pochi euro al litro”.

Una vera e propria battaglia al ribasso di qualità e di prezzo. Un meccanismo che potrebbe consentire agli oli di bassa qualità di sfruttare la fama del made in Italy, compromettendola.

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